2.a.4 – Qual è il vero fine dell’evoluzione biologica?

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6 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

 

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Qual è il vero fine dell’evoluzione biologica?

Esaminando il meccanismo della selezione naturale si può osservare come l’ambiente favorisca quei geni che hanno il pregio di tramandarsi in esso con più facilità. Per i geni tramandarsi significa duplicarsi e diffondersi nell’intera popolazione.
I geni non si riproducono in modo indipendente l’uno dall’altro, ma tutti insieme durante la duplicazione della molecola del DNA. Per favorire la propria diffusione devono dunque agevolare la moltiplicazione del DNA dove sono inseriti; si tratta di una sorta di gioco di squadra nel quale i giocatori devono vincere la partita della riproduzione in concorrenza con altre squadre. Ogni squadra è costituita da giocatori specializzati nel proprio ruolo e quasi tutte le squadre dispongono degli stessi giocatori per i vari ruoli; ciò avviene proprio perché i geni che risultano più adatti a svolgere una data funzione sono quelli più in grado di duplicarsi e diffondersi, sono cioè i giocatori più apprezzati sul mercato della selezione naturale, quelli che vinceranno il campionato e saranno promossi alle generazioni future. Si tratta inoltre di squadre molto numerose, composte da migliaia di geni, nelle quali vi sono sottogruppi con ruoli specifici. Per costruire un organo complesso come un occhio è infatti necessaria l’associazione di molti elementi diversi, ovvero la collaborazione di molti geni.
Vincere la partita vuol dire produrre una discendenza, vincere la concorrenza significa invece essere presenti nel maggior numero di squadre a ricoprire il proprio ruolo. In ogni caso a superare la selezione naturale sono i singoli geni o gruppi di essi, non tutta la squadra che viene leggermente modificata ad ogni partita, grazie all’incrocio sessuale. L’insieme dei giocatori comuni a tutte le squadre costituisce il patrimonio genetico della specie, la restante parte rappresenta la diversità genetica interna della specie, la quale si aggiunge al patrimonio comune aumentando la capacità di adattamento e quindi di sopravvivenza degli altri giocatori nelle generazioni future. La selezione tende naturalmente a formare la squadra migliore per giocare su uno specifico campo che è la nicchia ecologica.
Alla base di tutto vi è dunque la sopravvivenza dei singoli geni e non della prole; ciò viene confermato dall’osservazione di popolazioni di animali come per esempio le api. Le api operaie costituiscono infatti delle popolazioni specializzate all’interno della loro comunità detta alveare; esse sono tutte sterili, non si riproducono mai e tuttavia non si estinguono, il loro patrimonio genetico non scompare. Le nuove generazioni di api, come tutti sappiamo, sono generate dall’ape regina che svolge la funzione di organo riproduttore per tutto l’alveare, il quale a sua volta è una sorta di organismo dove le api operaie svolgono il ruolo delle cellule. Il patrimonio genetico delle api, come quello delle nostre cellule, si tramanda anche senza discendenza diretta e ciò significa che quest’ultima è allora solo uno dei modi possibili per realizzare la sopravvivenza dei geni.
Nel caso in cui i geni di un individuo si tramandano per discendenza diretta la loro sopravvivenza equivale alla sopravvivenza della discendenza; è il caso di gran lunga più comune, ma non l’unico: tutte le specie di formiche e di api usano un sistema alternativo. Vale la pena di sottolineare che la sopravvivenza della discendenza risulta così subordinata a quella dei geni.
Analogamente si può dire che la sopravvivenza del singolo individuo risulta a sua volta subordinata alla sopravvivenza della discendenza; qualunque mutazione che aiuti la capacità di vivere del singolo senza incrementare il suo successo riproduttivo non avrà infatti modo di diffondersi. Il singolo individuo deve vivere il tanto che basta per mettere al mondo un adeguato numero di discendenti e per renderli autonomi; è esattamente quel che accade nel mondo animale, la selezione naturale non richiede nulla di più.
Secondo la logica della selezione naturale, noi esseri viventi non siamo dunque altro che complesse macchine di conservazione, trasporto e duplicazione di geni. Tale logica mostra nuovi vantaggi nella generazione di nuove specie o varietà, poiché tanto maggiore sarà il successo evolutivo della specie originaria, tanto maggiore sarà il numero delle specie che ne deriveranno e tanto minore sarà la probabilità che il patrimonio genetico comune scompaia. Gli scimpanzé condividono circa il 98% dei geni con gli esseri umani; se si dovessero estinguere, il 98% dei loro geni sopravviverà grazie agli umani (e viceversa…).
Il vero fine dell’evoluzione biologica è dunque quello della sopravvivenza dei geni selezionati, mentre la sopravvivenza dell’individuo, della discendenza e perfino della specie sono fenomeni secondari e non sempre necessari.
Tale visione della natura umana, asservita alla sopravvivenza dei geni, è sicuramente in contrasto con la nostra vanità che ci induce a considerarci come la massima espressione del creato a cui si devono sottomettere tutte le altre forme di vita; tuttavia nulla obbliga le aspettative umane a coincidere con quelle della selezione naturale: anche la legittima aspirazione dell’uomo a proteggere la propria individuale sopravvivenza si basa su istinti naturali; bisogna essere consapevoli che non sempre la natura lavora per il nostro bene: tutti sappiamo da sempre che esistono la vecchiaia, le malattie ed i predatori e tutti da sempre ci adoperiamo per difenderci da questi mali naturali considerando ciò come una cosa altrettanto naturale.
Capire qual è il fine dell’evoluzione biologica non deve dunque deprimere l’uomo nella nuova consapevolezza del proprio ruolo nella natura, ma anzi deve costituire un’importante lezione di umiltà che lo stimoli ad adoperarsi con tutte le proprie forze per focalizzare prima e perseguire poi tutti quegli obiettivi che sono necessari per vivere e vivere meglio come individuo, come discendenza e come specie, valorizzando ciò che la natura biologica ritiene secondario. Gli esseri umani dovrebbero trarre ispirazione dal comportamento dei geni e decidersi a giocare nella stessa squadra, con maggiore sinergia e quindi con maggiore velocità nel raggiungere i suddetti obiettivi.

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3 Commenti per “2.a.4 – Qual è il vero fine dell’evoluzione biologica?”

  1. Petronilla la Sottile ha detto:

    Meno male che in chiusura il post dà un messaggio positivo e di speranza, perché io ero già andata in depressione… 🙁

  2. Deepsky88 ha detto:

    il fine della natura è ottenere il massimo della diversificazione con il minimo sforzo( o risparmio massimo),proprio come sosteneva Leibniz.Fa riflettere il fatto che la natura (intesa cosi) assomiglia molto all’economia capitalistica o forse,come diceva Marx, l’uomo ha dato per naturale ciò che in relatà non lo è,ovvero la somiglianza dell’economia con la natura deriva dal fatto che non siamo in grado di pensare ad un altro sistema economico,per cui applichiamo le leggi economiche capitalistiche a qualunque cosa;per rimanere in tema come se il patrimonio culturale diventasse naturale.

    • Ildebrando il Villico ha detto:

      Lieto di conoscerti Cavaliere! Trovo acuta la tua osservazione, non sarebbe la prima volta che gli esseri umani attribuiscono alla natura meccanismi tipici della sua società. In questo caso ti propongo anche una visione alternativa che mi pare convincente: la sopravvivenza dei geni li pone veramente in concorrenza come il libero mercato pone in concorrenza le imprese e questo li porta ad una spietata competizione. A questo punto, dato che una parte della nostra tradizione culturale tende ad identificare come buono e giusto ciò che è naturale, tale somiglianza è stata usata per giustificare gli aspetti più barbari conseguenti all’economia capitalista, ignorando che non è vero che noi consideriamo sempre giusto ciò che è naturale (malattie, malformazioni, incidenti, ecc..) e che in natura nei gruppi animali in genere prevale la collaborazione sulla competizione. Anche questo non è un caso isolato, per esempio la teoria della selezione naturale venne usata impropriamente per giustificare la schiavitù dei negri e tutte le ideologie inneggianti alla superiorità della propria razza.
      Permettimi infine una domanda: perché dici che non siamo in grado di concepire un altro sistema economico diverso da quello capitalista? L’economia tribale, agricola pre-industriale e socialista non sono state concepite ed applicate sempre da esseri umani? I miei rispetti Cavaliere :-)!

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