2.b.3 – Quale cultura avevano i primi ominidi?

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17 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

 

savana

        

Quale cultura avevano i primi ominidi?

Una struttura sociale complessa in genere corrisponde a delle forme di comunicazione elaborate e queste, a loro volta, stimolano lo sviluppo delle capacità di imitazione e dell’intelligenza. Anche a parità di numero, una piccola comunità umana appare più complessa, socialmente parlando, di un branco di scimmie: essa infatti è formata da vari nuclei familiari ben distinti; il capo branco non coincide più con il capo famiglia; maschi e femmine formano coppie fisse e collaborano nelle cure parentali durante la lunghissima infanzia dei loro bambini; i maschi dominanti, sia pur mantenendo una certa rivalità, collaborano regolarmente fra loro in varie attività come la caccia o il lavoro. Durante l’evoluzione degli ominidi si è verificata quindi una vera e propria rivoluzione sociale.
I più antichi resti fossili di ominidi indicano che il loro sviluppo potrebbe essersi separato da quello delle scimmie antropomorfe in seguito ad un radicale cambiamento climatico nella Rift Valley in Africa. Da una foresta di tipo tropicale si passò ad una savana e, nonostante la presenza in quella zona di alcuni grandi laghi, presenza che attenuò molto il problema della siccità, un cambiamento alimentare e quindi anche del comportamento fu inevitabile. La presenza dei laghi in una regione relativamente povera di acqua potrebbe inoltre aver indotto i nuclei familiari ominidi a concentrarsi attorno ad essi, ma questa convivenza forzata può aver causato una minore disponibilità di cibo e aver dato origine a una successiva riduzione delle dimensioni dei nuclei familiari e alla collaborazione fra gli stessi per sfruttare al meglio le risorse disponibili, a cominciare dalla caccia di gruppo. Dalla loro dentatura si può dedurre che erano onnivori e quindi si arrangiavano a mangiare un po’ di tutto, mentre il rinvenimento di utensili in pietra scheggiata, risalenti alla loro epoca, conferma l’ipotesi di una loro attitudine all’uso di strumenti; nulla sappiamo però delle loro tecniche di caccia o della loro struttura sociale; possiamo, come sopra, solo fare delle ipotesi fantasiose, ma al momento non verificabili.
L’uso di semplici strumenti di pietra viene attribuito anche all’homo habilis, i cui resti più antichi risalgono a quasi due milioni di anni fa e che rappresenta uno dei primi ominidi del genere homo. Dalla forma del suo cranio possiamo dedurre che il suo cervello era più grande di quello degli australopitechi e che forse erano già presenti le aree cerebrali dedicate al linguaggio. Se accettiamo l’idea che l’intelligenza e il linguaggio sono legate alla collaborazione e a una struttura sociale complessa, risulta plausibile che l’homo habilis praticasse la caccia di gruppo e che vivesse in una comunità multifamiliare tipicamente umana; si tratta, ancora una volta, di ipotesi tutte da verificare.
Dai resti fossili sappiamo invece che le altre due specie umane, di poco più recenti, l’homo ergaster e l’homo erectus, avevano entrambi sviluppato vari adattamenti anatomici alla corsa: gambe e tendini di Achille più lunghi, un appropriato arco plantare, un tallone più grande e un’apposita cresta nucale per la stabilità del cranio durante la corsa. I loro strumenti in pietra risultano più raffinati, grazie a una lunga e impegnativa lavorazione e sembra inoltre accertato che l’homo erectus riuscisse a controllare il fuoco. Il loro cervello era nettamente più grande e il loro viso era molto più simile a quello dell’uomo attuale avendo perso molte caratteristiche scimmiesche. È stato inoltre possibile stabilire che lo sviluppo dei piccoli dell’homo erectus era nettamente più lento rispetto agli australopitechi, sebbene più rapido che nell’uomo attuale. Tutti questi dati oggettivi suggeriscono che molti dei cambiamenti socioculturali di cui abbiamo fatto cenno si siano storicamente verificati fra i primi ominidi e l’homo erectus; quest’ultimo infatti aveva già il fisico e gli strumenti per essere un buon cacciatore di gruppo; la lunghezza della sua infanzia, nonché la grandezza e la forma del suo cervello, ci indicano che avesse un notevole patrimonio culturale da imparare e una complessa vita sociale da gestire; la struttura ossea del suo viso, simile alla nostra, lascia supporre che avesse anche una simile espressività facciale e ciò sarebbe una ulteriore conferma di relazioni sociali molto complesse. Oltre alla caccia di gruppo anche la necessità di difendere il territorio da gruppi rivali può aver alimentato il bisogno di una maggiore collaborazione all’interno del gruppo.
Nell’homo erectus troviamo anche un’altra caratteristica in comune con l’uomo attuale: la sua distribuzione geografica, che dall’Africa si estese fino alla Cina mentre, per quanto ne sappiamo, gli ominidi precedenti vissero in regioni molto più limitate come le attuali scimmie antropomorfe; anche questa può essere considerata una conferma dell’alto livello di efficienza di queste antiche società umane. La stretta collaborazione che doveva esistere all’interno di questi gruppi tribali rese più utile e più facile la circolazione della cultura entro la comunità e da questa base si sviluppò quel tipo di cultura che oggi consideriamo tipicamente umana.

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6 Commenti per “2.b.3 – Quale cultura avevano i primi ominidi?”

  1. Petronilla la Sottile ha detto:

    E’ difficile per noi immaginare un mondo senza uomini e ancor di più realizzare che la presenza umana è solo una recentissima novità rispetto alla storia della Terra.

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  2. Lucrezia dal Drago Alato ha detto:

    Era dalle scuole medie che non leggevo più cose simili e ora mi piacciono molto di più. Siete bravi voi o sono invecchiata io?

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  3. Leonardo il Grosso ha detto:

    La natura ha assecondato la necessità dell’uomo di un lungo periodo di apprendimento con uno sviluppo fino all’età adulta che dura quasi due decenni, la cultura sta calcando la mano e sta rendendo sempre più difficile rendersi autosufficienti e metter su famiglia prima dei trent’anni. Si tratta di un fenomeno sempre più contro natura che si manifesta nelle sempre più diffuse problematiche psicologiche e nel crescente tasso di infertilità.

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    • Gismondo il Malagrotta ha detto:

      E’ vero si parla dell’infertilità come se fosse un’epidemia moderna, invece è un problema culturale che induce le persone ad avere figli dopo i trent’anni cioè quando il tasso di fertilità femminile è già in discesa.

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