2.b.10 – Che ruolo ha il commercio nell’evoluzione culturale?

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25 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

  

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Che ruolo ha il commercio nell’evoluzione culturale?

La grande varietà di prodotti dell’agricoltura, dell’allevamento e dell’artigianato portò a uno scambio di merci all’interno della comunità e favorì quello esterno alla comunità stessa; si formò quindi anche la categoria dei commercianti a tempo pieno.
Il commercio consiste in uno scambio di beni che nelle sue prime applicazioni assunse la forma del baratto, cioè dello scambio di un bene che si vuol cedere con un altro che si vuole acquistare; i beni da cedere erano inizialmente quelli vegetali, animali o artigianali che eccedevano le proprie necessità di consumo o di scorta e quindi i primi baratti avvenivano fra produttori. I limiti di tale tipo di baratto sono immediatamente evidenti, in quanto circoscrivono la possibilità di scambio a quanto offerto dalla propria comunità o da quelle vicine, ma ben presto si formò la figura del commerciante, cioè di colui che barattava dei beni con altri di cui non aveva bisogno personalmente, ma che intendeva scambiare in comunità più lontane dove tali beni, in quanto carenti, assumevano maggior valore. Nel baratto il valore dei beni oggetto dello scambio viene considerato equivalente dalle parti in base a considerazioni quantitative e qualitative dei beni stessi; tali considerazioni vengono naturalmente influenzate dal bisogno che si ha di quel tale bene e dalla difficoltà che si incontra nel procurarselo.
Anche nelle forme indirette, cioè tramite commercianti, il baratto presenta però dei grandi limiti: i beni deperibili, come i generi alimentari, devono essere consumati in breve tempo e quindi non possono essere oggetto di molteplici scambi successivi; altri beni, come i capi di bestiame vivi, sono indivisibili e devono perciò essere scambiati con quantità di altri beni superiori a quanto necessario (obbligando il cedente a ulteriori scambi di quanto ottenuto in cambio). Il baratto può pertanto essere applicato solo in economie semplici e a base ristretta.
Il nuovo ambiente economico che si era formato, cioè quello basato sugli scambi, provocò naturalmente degli adattamenti da parte dell’uomo che ne rendessero più fruibili le opportunità e, in particolare, bisogna ricordare l’invenzione della moneta, cioè di un oggetto che allo stesso tempo svolga sia la funzione di quantificazione del valore, sia quella di costituire un mezzo di scambio, un mezzo peraltro accumulabile senza problemi di deperibilità e di spazio, nonché di divisibilità.
Lo sviluppo degli intensi traffici commerciali che conseguirono all’avvento della moneta portò ad un ulteriore sviluppo economico: ogni città, per importare i prodotti tipici di un’altra, doveva infatti scambiarli con i propri, rendendo vantaggioso un aumento di produzione altrimenti inutile e aumentando la ricchezza complessiva delle comunità; questo fenomeno portò anche all’interdipendenza delle città prima economicamente e poi politicamente, stimolando alleanze, fusioni o invasioni.
Grazie a pacifiche alleanze o a violente conquiste, a partire da 6 mila anni fa, si formarono grandi comunità umane su vasta scala territoriale, cioè i grandi imperi delle antiche civiltà: gli Egizi, i Sumeri, gli Assiri, i Babilonesi, i Persiani, i Romani e i Cinesi; tutte queste civiltà si distinsero per la loro ricchezza alimentata da prosperi traffici commerciali, per favorire i quali furono realizzate grandi reti di comunicazioni e trasporti: strade, ponti, navi, canali navigabili, fari e perfino servizi postali. Le città più grandi come Roma o Cartagine arrivarono ad oltre 700 mila abitanti e tale aumento della popolazione, unito alla necessità di distribuire una grande quantità e varietà di merci, spiega il crescere delle difficoltà ad amministrare queste metropoli.  

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4 Commenti per “2.b.10 – Che ruolo ha il commercio nell’evoluzione culturale?”

  1. Leonardo il Grosso ha detto:

    Ah, come vivevano bene gli antichi senza l’angoscia delle statistiche sul PIL ❗

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    • Petronilla la Sottile ha detto:

      Il bello è che tutti i giornalisti enfatizzano le variazioni del PIL senza sapere bene cosa rappresenta e condizionano i lettori e i telespettatori che inevitabilmente si lasciano suggestionare capendone ancora meno.

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      • Gilberto il Valligiano ha detto:

        Purtroppo i giornalisti non parlano solo del Pil senza cognizione di causa e i danni che provocano sono enormi, soprattutto se amplificati dai moderni mass media.

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        • Morias Enkomion ha detto:

          I giornalisti non sono idioti: sono semplicemente pagati dal potere per dire quanto dicono. Corollario: nemmeno il potere e’ idiota, perche’ sa bene come funzionano i meccanismo di lavaggio del cervello.

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