2.b.13 – Lo schiavismo è analogo all’allevamento?

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28 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

schiavo

       

Lo schiavismo è analogo all’allevamento?

Con la comparsa dell’allevamento si sviluppò un nuovo tipo di relazione fra l’uomo e gli animali: dal rapporto uomo-preda si passò al rapporto uomo-bestiame. Nell’allevamento gli animali sono costretti ad una convivenza forzata con l’uomo nella quale perdono ogni possibilità di fuga; essi sono nutriti dai loro allevatori, ma è un vantaggio pagato a caro prezzo (la possibilità di fuga); non è dunque il caso di parlare di simbiosi con reciproco vantaggio in quanto per gli animali non aumentano le possibilità di sopravvivenza. Spesso il bestiame è formato da animali sociali, come le pecore o i cavalli, che di norma vivono in branco guidati da un capo e che ora sono guidati dagli allevatori, i quali si sono quindi sostituiti al capo. Gli animali allevati sono un bene prezioso e vengono trattati come oggetti di valore; sono infatti comprati e venduti come tali e vengono spesso marchiati in modo indelebile per attestare il titolo di proprietà.
Gli animali allevati non sono solo prede senza speranza: dopo la comparsa dell’agricoltura vennero infatti impiegati anche come animali da soma, dando un contributo fondamentale al suo sviluppo. Abbiamo visto come gli uomini, per farsi la guerra tra loro, abbiano bisogno di identificare il nemico come un animale di una diversa specie e quindi, in caso di cattura di un nemico, risultò naturale impiegarlo come animale da lavoro. Nella schiavitù il rapporto uomo-schiavo ha infatti le stesse caratteristiche che abbiamo notato nell’allevamento animale: gli schiavi erano prigionieri di guerra o loro discendenti, non erano liberi di andarsene e rimanevano perennemente prigionieri dei loro padroni; potevano essere comprati e venduti; in certe culture venivano anche marchiati a fuoco; lavoravano nei campi come animali da soma al pari di asini, buoi e cavalli.
Sappiamo che anche nelle società tribali i nemici in guerra, o potenziali nemici in quanto appartenenti a tribù storicamente ostili, venivano da sempre considerati e trattati come animali, ma quel tipo di società non poteva mantenere un grande numero di schiavi e per un prigioniero era più probabile finire al palo della tortura piuttosto che schiavizzato, sebbene occasionalmente fosse possibile. Nell’era agricola invece vi erano le risorse per nutrire una numerosa popolazione di schiavi, che peraltro era molto utile per il duro lavoro dei campi, e quindi i prigionieri di guerra divennero una merce preziosa come animali da lavoro. Gli schiavi dunque non erano propriamente il gradino più basso nella gerarchia della società, ma erano bestiame al di fuori di essa. In una gerarchia, sia umana, sia animale, si può cambiare di livello salendo o scendendo, si può spodestare o essere spodestati, ma agli schiavi questo certo non era concesso come non lo era per ogni animale allevato. In una città allora si potevano trovare due popolazioni umane ben distinte: quella dominante con la sua gerarchia interna e quella degli schiavi ai quali non era concessa nemmeno una loro gerarchia perché se avessero avuto una loro organizzazione sociale, avrebbero potuto usarla per ribellarsi; il massimo a cui uno schiavo poteva aspirare era quello di formare un proprio nucleo familiare, ma aggregazioni sociali più numerose erano fuori discussione.
In questa epoca agricola nacquero dunque le classi sociali, ovvero popolazioni nettamente separate senza possibilità di passare dall’una all’altra. Nel corso della storia con un processo simile spesso si formarono società con tre classi: i nobili (classe dominante), il popolo (classe dominata), gli schiavi (animali da lavoro, robot viventi). Infatti una popolazione nomade di predoni poteva saccheggiare una città e catturare schiavi per poi rivenderli, alcune però trovarono più pratico pretendere un regolare tributo in cambio della pace e magari di una protezione da altri predoni. Comparve così un altro rapporto del tipo parassita-ospite nel quale la popolazione dominante non schiavizzava quella sottomessa, ma semplicemente si sostituiva al gruppo dirigente il cui ruolo rimaneva ora riservato ai nuovi dominatori che formavano una classe a parte (i nobili). La profonda differenza rispetto allo schiavismo è che i dominati non venivano comprati e venduti e non perdevano completamente la loro struttura sociale, la loro gerarchia però rimaneva decapitata. Questa struttura sociale si è diffusa e rafforzata nel corso dei millenni fino a quando un nuovo fenomeno portò a profondi cambiamenti: la rivoluzione industriale.

 

httpv://www.youtube.com/watch?v=Z4wRPdwFGoQ

 

IL CASO CELEBRE
   ABRAHAM LINCOLN
                                                                                

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6 Commenti per “2.b.13 – Lo schiavismo è analogo all’allevamento?”

  1. Petronilla la Sottile ha detto:

    Complimenti per la slide allegata che risulta particolarmente suggestiva e sintetizza bene i concetti di questo post. La segnalerò agli amici.

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  2. Angelica dal Vessillo Dorato ha detto:

    Quando ti ritrovi incatenato non hai dubbi di essere ridotto in schiavitù, quando ti puoi muovere (nel traffico convulso), puoi lavorare (con contratti a progetto), puoi acquistare una casa (sottoscrivendo debiti per tutta la vita), la percezione dell’effettiva condizione è più difficile e la reazione è più blanda, ma peggiorando progressivamente la qualità della vita e le aspettative, cosa succederà?

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  3. Sir Sôcmél ha detto:

    La domanda corretta per me è: esiste ancora la libertà ?
    Abbiamo ancora voglia di ricercarla, o ci limitiamo a sognarla come degli schiavi quali siamo, incatenati da un sistema molto più sottile della catena ma altrettanto vincolante.
    Temo che la maggior parte dei comuni mortali si limiti a ricercare un sogno, rincorrendolo a volte per anni, senza mai nemmeno cercare di realizzarlo.
    Non ho motivo di credere che esista ancora la libertà, nel mondo odierno. Tutt’alpiù ci limitiamo a sognarla.

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    • Gerulfo delle Milizie ha detto:

      Benvenuto nel Villaggio di Ofelon, ma devi trovare qualche minuto per munirti di un avatar.

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    • Lucrezia dal Drago Alato ha detto:

      Passare dal pensiero all’azione è difficile, ma agire dopo non aver pensato (o sognato) è deleterio. Se si intende perseguire la libertà bisogna prima interrogarsi sul significato che si attribuisce a tale parola e poi darsi da fare con metodo per non girare a vuoto, demoralizzarsi e alla fine rinunciare. Coraggio che stiamo qui proprio per squoterci a vicenda!

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  4. Morias Enkomion ha detto:

    Non dimentichiamo pero’ la classe/casta sacerdotale, dominante ma distinta dai nobili. E’ una distinzione fondamentale perche’ il re, capo dei nobili, ha origini divine o e’ voluto dalla divinita’, mentre il capo sacerdote e’ il rappresentante della divinita’ e colui che ne interpreta la volonta’. La classe dominante, con tale governo bicefalo, raddoppia il potere di controllo che e’ esterno, grazie alla legge del re che fa leva sul bisogno sociale dell’individuo, ma anche interno, grazie alla legge divina che fa leva sul bisogno spirituale dell’individuo.

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