2.b.19 – Anche l’emancipazione femminile è figlia dell’industrializzazione?

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4 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

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Anche l’emancipazione femminile è figlia dell’industrializzazione?

Alla liberazione della classe operaia dall’oppressione economica seguì l’emancipazione delle donne. Se lo sfruttamento scientifico degli operai era un fenomeno recente, l’oppressione sociale delle donne era una tradizione assai più antica e quindi profondamente radicata nella cultura; una cultura legata alla civiltà agricola nella quale, in genere, le donne avevano ruoli sociali e lavorativi nettamente separati da quelli degli uomini. Nel mondo industriale invece, le donne erano operai come gli uomini, sebbene pagate meno, e una volta diffuso il pensiero che gli operai potevano e dovevano pretendere dei diritti attraverso la lotta di classe, per analogia fu semplice per le donne identificarsi in una nuova classe sfruttata che doveva lottare per emanciparsi. L’analogia era semplice, ma molto difficile da attuarsi: si trattava di interrompere una millenaria tradizione culturale di tipo maschilista.
Già durante la rivoluzione francese, sull’onda dei nuovi principi di libertà, uguaglianza e fratellanza, nel 1792 Olympia de Gouges scrisse la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, ma il nuovo sistema sociale basato sui suddetti principi, evidentemente non abbastanza rivoluzionario per estenderli anche alle donne, fece in modo che l’autrice della pietra miliare dell’emancipazione femminile venisse prontamente ghigliottinata. Il processo di emancipazione femminile è tutt’ora in corso in quanto non c’e Paese al mondo che tratti le donne esattamente come gli uomini, sebbene gli Stati occidentali, almeno sulla carta, riconoscono parità di diritti. Lo stesso vale anche per altri tipi di discriminazione come quella razziale e quella religiosa.
Oggi, in Italia, fumare in pubblico o indossare i pantaloni è per una donna assolutamente normale e non è proprio concepibile un diverso atteggiamento, ma bisogna ricordare che nel 1965 tali comportamenti venivano ancora considerati come altamente trasgressivi.
Anche il diritto di voto è per le donne una conquista più recente di quanto si pensi: in Italia per esempio tale diritto è stato riconosciuto dopo la fine della seconda guerra mondiale e nella civilissima Svizzera solo negli anni settanta.
Il diritto al voto seguì al riconoscimento di altri due diritti fondamentali: il diritto all’istruzione, che comunque cominciò ad affermarsi solo a fine ottocento, e il diritto all’indipendenza economica, di cui si cominciò a parlare solo nel secondo decennio del novecento. Precedentemente le università erano assolutamente precluse alle donne e i salari, benché guadagnati con il proprio lavoro da operaie, venivano gestiti dagli uomini di famiglia, prima dai padri e poi dai mariti.
Lo sgretolamento di tradizioni così radicate nei millenni nel giro di poche generazioni ci deve insegnare come una nuova cultura, anche profondamente innovativa, possa diffondersi rapidamente e portare conseguenze immediate; sta a noi credere nella possibilità di cambiamento, agire insieme per la sua realizzazione e fare in modo che le conseguenze siano dei benefici per i singoli e per la collettività.

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Un Commento per “2.b.19 – Anche l’emancipazione femminile è figlia dell’industrializzazione?”

  1. Angelica dal Vessillo Dorato ha detto:

    Mi piace la parte finale di questo post. Stiamo vivendo un periodo in cui le parole d’ordine con cui ci suggestioniamo a vicenda sono depressione e rassegnazione, non si crede in nessun progresso sociale e quindi non ci si impegna in tal senso, quando invece, proprio perché viviamo un periodo di decadenza morale e crisi economica, c’è tanto bisogno di innovazione e di energia per attuarla.

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