2.b.25 – L’evoluzione culturale influenza l’ambiente umano?

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10 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

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L’evoluzione culturale influenza l’ambiente umano?

I cambiamenti ambientali che ci hanno interessato dopo l’ultima glaciazione non sono una conseguenza del clima, ma della nostra stessa cultura nonché della spietata concorrenza fra i nostri popoli per contendersi le risorse del pianeta, un pianeta sempre più piccolo per un’umanità sempre più numerosa.
Abbiamo detto che in tempi recenti non sono comparse nuove prede o nuovi predatori, né nuove specie concorrenti; questo non è del tutto corretto e può risultare molto fuorviante. La comparsa di nuove prede nel proprio ecosistema rappresenta infatti la disponibilità di nuove risorse alimentari che aumentano le probabilità di sopravvivenza, turbano i vecchi equilibri e interessano quindi in vario modo tutto l’ambiente; ebbene, che cos’è la diffusione dell’allevamento e dell’agricoltura se non la comparsa di nuove risorse alimentari? Il loro impatto nella nostra vita è stato inoltre molto più grande di quanto abbia mai potuto fare l’introduzione di una nuova preda o di un nuovo vegetale selvatico nel nostro abituale menù: colonizzando tutto il pianeta ci siamo trovati innumerevoli volte davanti a nuove piante commestibili e nuovi animali da cacciare, ma la rivoluzione agricola ha fatto molto di più che aumentare le risorse alimentari, ha profondamente modificato il nostro stile di vita e la nostra economia da sempre basati sulla caccia e la raccolta. Da questo punto di vista la comparsa dell’agricoltura e dell’allevamento costituiscono un cambiamento più profondo di tutti i mutamenti climatici precedenti: mai nulla ci aveva indotto ad abbandonare la vita tribale che aveva accompagnato da sempre la nostra evoluzione biologica.
Un cambiamento così profondo implica una grande spinta evolutiva, cioè la necessità di un rapido adattamento, e noi, secondo la nostra natura, ci siamo adattati culturalmente.
Resta però da spiegare come mai, dopo la diffusione delle civiltà agricole, l’evoluzione culturale non abbia iniziato a rallentare. Come abbiamo detto per le nuove prede, anche la comparsa di nuovi predatori o di nuove specie concorrenti è importante per l’evoluzione, in quanto altera anch’essa le nostre possibilità di sopravvivenza; sappiamo bene però che, da tempo immemorabile, le varie popolazioni umane, non strettamente imparentate tra loro, si considerano e si trattano vicendevolmente come se fossero specie differenti; da sempre esiste per l’umanità una sorta di speciazione culturale, anche all’interno della stessa società, dove spesso appaiono diverse classi o caste sociali nettamente separate, anche sessualmente, grazie ad opportune leggi o convenzioni che proibiscono i matrimoni misti. L’antico detto “homo homini lupus” vuol dire che l’uomo è il predatore dell’uomo e ci indica quindi una triste e ben nota realtà: nel corso della storia sono effettivamente comparsi nuovi predatori e nuovi concorrenti, solo che si trattava di specie culturali umane. Fra popoli diversi non vi è un isolamento genetico e culturale totale, ma è sufficiente da favorire comportamenti tipici dei rapporti fra specie diverse come la predazione e la concorrenza spietata.
Oggi sappiamo che l’allevamento e l’agricoltura sono cambiamenti culturali che ne hanno provocati altri ancora più grandi, come l’abbandono della vita tribale, innescando una reazione a catena che si alimenta da sola; l’evoluzione culturale ha iniziato a girare su sé stessa a velocità crescente come un cane che si morde la coda. Dalla rivoluzione agricola in poi, la nostra vita si è separata dai vecchi ecosistemi e il nostro ambiente è diventato sempre più artificiale, cioè sempre più dipendente dalla nostra cultura; l’ambiente quindi si evolve con la cultura e lo stesso vale per i nostri predatori e concorrenti che, essendo umani, hanno le nostre stesse capacità e velocità di adattamento culturale.
Vi è dunque qualcosa di profondamente vero quando si dice che l’uomo si è separato dalla natura, se per natura intendiamo il nostro ambiente originario; tuttavia, nei nuovi ambienti che abbiamo generato, siamo ancora soggetti alle leggi di natura più spietate come la lotta per la sopravvivenza e la selezione naturale; le regole del gioco sono rimaste le stesse, solo che ora la partita si gioca sul piano culturale anziché genetico.
Per vincere la gara della sopravvivenza la velocità di adattamento è importante, soprattutto se mutano rapidamente le condizioni ambientali e se vi sono dei concorrenti da battere; questo ci porta a sfruttare al massimo le nostre capacità di adattamento culturale, provocando però mutamenti altrettanto rapidi nel nostro mondo artificiale e nei nostri concorrenti, che sono bravi quanto noi ad adattarsi ad essi. Possiamo dunque concludere che da alcuni millenni viviamo veramente in uno stato di perenne e crescente emergenza evolutiva, alimentata e rafforzata dalla nostra concorrenza interna.

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4 Commenti per “2.b.25 – L’evoluzione culturale influenza l’ambiente umano?”

  1. Gerulfo delle Milizie ha detto:

    Una volta accettato che l’ambiente cambia per motivi culturali e che i nostri affanni costituiscono un continuo adattamento a tali cambiamenti, risulta evidente che il vero problema non consiste tanto nel produrre l’adattamento migliore nel tempo più veloce possibile, ma nel gestire quei cambiamenti che tali adattamenti poi richiedono.

    • Nazarina da Fiastrone ha detto:

      Il fatto è che per gestire i cambiamenti bisogna individuare bene i veri problemi, invece spesso tanti eventi si accettano come ineluttabili disgrazie. Perché fa tanto clamore il caso della persona sbranata da un branco di cani randagi e neanche viene data la notizia delle decine di persone che ogni giorno muoiono in incidenti stradali? Si potrà mai gestire questo problema se lo si accetta con tanta rassegnazione?

      • Morias Enkomion ha detto:

        Chi decide l’agenda dei problemi? Chi dice alla gente di quali problemi preoccuparsi? Chi presenta i problemi come relazione causa-effetto o volonta’ divina?

        • Il Cavaliere Errante ha detto:

          A mio giudizio i primi a dover redigere una lista di problemi e le priorità sono i diretti interessati, in secondo luogo i loro consiglieri più vicini e fidati. In una ipotetica democrazia autentica pertanto una delle principali modalità di partecipazione della popolazione dovrebbe essere proprio la presentazione dei problemi a chi ha le capacità e il compito di risolverli. Risolvere i problemi, almeno quelli più comuni, credo sia il primo compito di una sana politica. Tutto il contrario di oggi insomma.

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