4.c.8 – E’ possibile ricomporre la frammentazione sociale?

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1 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È possibile ricomporre la frammentazione sociale?

L’isolamento e la frammentazione sociale hanno chiare radici storiche che affondano nello schiavismo e nello sviluppo delle grandi città legato all’avvento dell’agricoltura. Nel presente tali fenomeni sono sostenuti da un’educazione del cittadino che lo porta alla sudditanza invece che alla partecipazione, nonché da false forme di partecipazione, come il voto non libero, sostenute da altrettanto false democrazie.
Tuttavia l’affermazione di alcuni principi democratici, come la libertà di associazione, ha favorito la popolazione nel rispondere alla generale insoddisfazione, legata a servizi sempre più scadenti, con la formazione di associazioni di volontariato per compensare le carenze dello Stato; sono comparsi persino dei comitati per la difesa dei diritti del cittadino o dei consumatori e tali forme di aggregazione hanno avuto un notevole successo sia come risultati ottenuti che come popolarità.
Anche riconoscendo che queste associazioni non sono delle comunità, ma delle organizzazioni con un fine specifico, esse sono comunque un notevole tentativo di riorganizzare le attività dei cittadini partendo dal basso e non dall’alto, cioè senza attendere le direttive della classe dirigente. Alcune di esse con il tempo sono inoltre diventate molto numerose, superando il limite dei piccoli gruppi di lavoro e ottenendo dei risultati irrealizzabili da gruppi di poche persone.
Dobbiamo anche osservare che i gruppi più emarginati della società, quelli che si pongono al di fuori delle sue regole, cioè le associazioni criminali, sono quelli che per forza di cose si sono spinti oltre nell’organizzare delle vere e proprie comunità; queste ultime hanno anche molti aspetti in comune con gli antichi villaggi tribali: la suddivisione in bande e in clan familiari, la rigida gerarchia, la tendenza a farsi la guerra fra loro. Questo ci conferma l’ipotesi che il villaggio tribale è la forma naturale della comunità umana, che può essere modificata dall’evoluzione culturale, ma che tende a ripresentarsi come base ogni volta che si forma una nuova comunità. L’indiscusso successo economico delle varie mafie a livello mondiale ci fornisce infine una prova dell’efficacia della loro organizzazione.
Altre conferme ci vengono dalle comunità religiose, i cui membri condividono anch’essi un generico rifiuto della società, più o meno marcato, e pertanto ricostruiscono piccoli gruppi ben distinti da tale società da un punto di vista culturale, con propri rituali, tradizioni e gerarchie. Tali comunità tendono a formare proprie istituzioni scolastiche al fine di tramandare la propria identità culturale e ad organizzarsi in federazioni di gruppi locali caratterizzate da una forte solidarietà interna, come da sempre avviene nel mondo tribale. Un caso estremo è dato dagli anabattisti americani, i quali arrivano a formare anche dei veri e propri insediamenti ben distinti dal resto della società statunitense, ottenendo anche una notevole autonomia economica e conducendo uno stile di vita assai distante da quello comune nei paesi occidentali.
Un altro esempio tipico di comunità formatesi a causa di fenomeni di emarginazione sociale è dato dalle comunità etniche, costituite da persone con comuni origini geografiche trasferitesi per vari motivi in altri luoghi. In questi casi le difficoltà di inserimento nel nuovo ambiente portano a cercare aiuto e sicurezza presso coloro che presentano gli stessi caratteri culturali, in particolare la lingua e la religione, e ovviamente anche quelle genetiche tipiche della propria etnia. Il risultato è il formarsi di comunità che si mantengono distinte e talvolta in contrasto con la società locale, fino a generare, nel peggiore dei casi, i suddetti fenomeni di criminalità organizzata.
Tutte le grandi associazioni, sia quelle a scopo benefico che quelle criminali, ci mostrano la necessità che ha l’essere umano di formare dei grandi gruppi organizzati e che questi spesso si dimostrano molto efficienti; esse sono la dimostrazione che la struttura sociale che abbiamo perso può rigenerarsi, a condizione che si parta da piccoli gruppi con obiettivi ben precisi, che poi possano crescere aggregando individui esterni; è inoltre evidente la necessità che si mantengano dei legami di collaborazione e una struttura simili a quelli tribali, rispettando così la natura sociale umana che ci induce a unirci a gruppi già esistenti e a formare legami stabili, stimolati dalla collaborazione, nonché a formare dei clan di familiari o amici.
Appare ragionevole a questo punto porsi l’obiettivo di formare una comunità organizzata con una struttura tribale, tuttavia sorgono due problemi:
• come inserire in chiave moderna una simile arcaica struttura nelle grandi città;
• come applicare la democrazia, cioè l’indispensabile requisito per preservare la nostra libertà, alla struttura del villaggio tribale che democratica non è mai stata.
Il nostro scopo dunque sarà creare un villaggio per moderni cittadini che sia anche democratico; a tal fine si deve necessariamente affrontare il problema di come realizzare un’autentica democrazia.

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2 Commenti per “4.c.8 – E’ possibile ricomporre la frammentazione sociale?”

  1. Petronilla la Sottile ha detto:

    Insomma i mafiosi e i camorristi hanno una loro comunità a cui affidarsi, gli ebrei e i testimoni di Geova hanno una loro comunità che li conforta, i cinesi e gli arabi hanno una loro comunità affiatata, gli unici fessi che non hanno NESSUNA comunità sono gli italiani semplici, quelli con solo la carta di identità in tasca.

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  2. Carlotta da Camerino ha detto:

    Inserire una struttura tribale nel contesto delle attuali città e per giunta applicando una vera democrazia, mi sembra un’impresa veramente ardua, ma vi riconosco che da qualche parte bisogna cominciare e che i ragionamenti esposti fin qui non fanno una piega.

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