5.a.1 – Bisogna perseguire le utopie?

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11 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Bisogna perseguire le utopie?

L’utopia viene spesso definita, sebbene non sia il suo significato originale, come un progetto irrealizzabile basato su dei principi giudicati universalmente giusti; da questa definizione deriva quella di utopista, visto come una persona che decide di seguire un ideale che ritiene giusto pur sapendo che questo ideale resterà irrealizzato. Si tratta di un concetto applicato ai progetti che tendono a una società ideale e perfetta, a una società fraterna e senza ingiustizie, pur riconoscendo che si tratta di una condizione irreale e irrealizzabile.
C’è chi esalta gli utopisti come gli uomini in cui riporre la speranza di un mondo migliore, come coloro che per un giusto ideale sono disposti ad immolare la propria vita; altri li vedono come esempi da seguire, confidando in una diffusione talmente universale dell’ideale utopico che ne permetta la realizzazione concreta; in altri casi gli utopisti vengono considerati uomini puri e senza peccato, come tali degni del massimo rispetto; infine c’è chi, pur considerandoli degli inguaribili sognatori, ne rimane comunque affascinato.
Anche questa volta è opportuno soffermarsi a riflettere: quando un progetto, ancorché basato su dei principi ritenuti giusti da tutti, viene giudicato irrealizzabile, che senso ha portarlo avanti? Se un progetto non porta a risultati concreti, si possono studiare dei correttivi e ritentare, ma sempre nella convinzione di arrivare prima o poi agli obiettivi prefissati; intestardirsi invece in un progetto per definizione irrealizzabile è semplicemente assurdo. Inoltre, come può un ideale irrealizzabile essere ritenuto universalmente giusto? Se veramente fossimo tutti d’accordo, si tratterebbe di un ideale non solo realizzabile, ma già realizzato; se invece si tratta di un ideale veramente condiviso, come per esempio il mantenimento del fisico dei ventenni fino a novanta anni, piuttosto che la possibilità di respirare sott’acqua, la mancata realizzazione dipende dal fatto che non si tratta di un obiettivo giusto, ma semplicemente contro natura. Sono stati fatti degli esempi estremi per sottolineare il paradosso implicito nella suddetta definizione di utopia, ma è importante non confondere gli ideali giusti con quelli irrealizzabili; tale confusione porta infatti una gravissima conseguenza a livello di inquinamento psicologico, porta cioè a tacciare di utopismo, e quindi di irrealizzabilità, progetti innovativi e validi, colpevoli solo di rompere gli schemi attuali, schemi magari superati e quindi inadatti alle nuove esigenze ambientali e sociali. Abbiamo invece visto come, in piena emergenza adattativa, sia indispensabile adeguarsi velocemente alle mutate condizioni senza farsi frenare da preconcetti, né tantomeno da modi di dire dei quali non si conosce nemmeno l’esatto significato dei termini.
Possiamo pertanto concludere che:
• se l’utopia è un progetto irrealizzabile, allora è un progetto da abbandonare;
• gli utopisti non esistono: coloro che credono nella realizzazione di un progetto irrealizzabile sono persone che sbagliano; coloro che non credono nella realizzabilità di un progetto e tuttavia insistono nel perseguirlo, sono dei masochisti; coloro che si vantano di essere degli utopisti, avendo subito il fascino di una definizione paradossale, sono semplicemente degli stolti.
• un progetto innovativo di cui non si conoscono esperienze simili, non è detto che sia utopistico;
• un progetto largamente sperimentato per lungo tempo, ma che non abbia portato mai ai risultati sperati, è probabile che sia utopistico; esso quindi non va modificato all’infinito con inutili correttivi, ma va abbandonato completamente per lasciare tempo ed energie a nuovi progetti validi. Spesso dei progetti utopistici non vengono abbandonati, nonostante i fallimenti succedutisi nel tempo, solo perché non si trovano progetti alternativi e ciò induce a pensare che siano sufficienti dei correttivi; una volta convinti di perseguire un progetto realizzabile, ancorché bisognoso di miglioramenti, si tenderà a rifuggire da qualsiasi progetto veramente alternativo e magari a considerare questo come utopistico solo perché mai sperimentato.
Un progetto che interessi l’organizzazione della nostra società, che ambisca a un miglioramento della qualità della vita, ma che non sia utopistico, deve dunque necessariamente basarsi su una profonda conoscenza della natura umana, sia dal punto di vista biologico, sia da quello culturale e portare a dei risultati concreti rispetto ai problemi reali. Chi decide di intraprendere un tale complesso percorso, deve aspettarsi di incontrare diversi ostacoli sul proprio cammino, deve essere pronto a valutare di volta in volta i cambiamenti di rotta che si rendessero necessari fino a rivedere profondamente le proprie convinzioni, ma soprattutto non dovrà farsi scoraggiare dai molti che inevitabilmente lo additeranno come utopista.

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2 Commenti per “5.a.1 – Bisogna perseguire le utopie?”

  1. Gismondo il Malagrotta ha detto:

    Beh, se abbiamo capito bene quanto scritto precedentemente sulla chiusura mentale naturale, non ci dobbiamo stupire se gli innovatori vengono sminuiti schernendoli come illusi sognatori.

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  2. Morias Enkomion ha detto:

    Ho commentato in predenza tacciando di masochismo chi continua a credere nei partiti, ed ecco qui che si parla di masochismo per queste tipologie di comportamenti 😉

    Siamo sulla stessa lunghezza d’onda, anche se devo ancora capire quale sara’ il finale di questo programma. Spero in qualcosa stile film di Bud Spencer e Terence Hill, con i cattivi sconfitti e suonati!
    No, facciamo un finale stile Rambo… l’ultimo… quello in cui l’eroe indossa, sotto la maglietta, una bella pancetta: almeno cosi’ sappiamo che tutti noi possiamo essere eroi!

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