5.b.7 – Chi gestisce oggi la cultura e l’informazione?

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7 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Chi gestisce oggi la cultura e l’informazione?

Gestire il passaparola fra amici come in un corallo umano è una cosa semplice perché da sempre si tratta di un’attività per sua natura decentrata; esattamente il contrario vale per la gestione di scuole, giornali e televisioni. Le scuole nella nostra tradizione da sempre sono gestite dallo Stato, il quale sceglie i professori e stabilisce i programmi di ogni materia, utilizzando gli stessi criteri in tutta la nazione; in tal modo viene garantita una certa uniformità su tutto il territorio, assai utile affinché i titoli di studio possano avere lo stesso valore dovunque vengano rilasciati. Tale sistema, se ben applicato, può garantire una vantaggiosa uniformità, ma in uno stato non democratico non garantisce in alcun modo la qualità delle scuole. In un simile contesto, se il servizio è scadente, i cittadini non hanno infatti modo di imporre che venga migliorato, né di suggerire come debba esserlo.
Attualmente la gente può solo organizzarsi, con la grande fatica che tale operazione comporta, per condurre delle manifestazioni di protesta, per chiedere, come fosse una massa di sudditi, che le sue proposte vengano ascoltate (non c’è bisogno di sottolineare che un popolo sovrano non protesta, ma dispone ed esige; avete mai visto un sovrano raccomandarsi ad un’altra autorità? Oppure sfilare con striscioni di protesta?). Puntualmente quindi le richieste vengono ascoltate, ma quasi mai esaudite. In alternativa il cittadino dovrebbe ricordarsi a quale partito appartiene il ministro dell’istruzione per non votarlo alle elezioni successive e sperare che il messaggio venga capito, cosa assai improbabile poiché tale partito avrà partecipato a tante iniziative politiche, molte non condivise, altre magari ottime, per quale di esse sarà dunque stato punito? Lo stesso accadrebbe attribuendo la responsabilità a tutta la coalizione di governo. Con un solo voto non si può esprimere con chiarezza la propria opinione sull’operato del governo riguardo alla scuola, sanità, lavoro, sicurezza e tutto il resto; se dunque un governo avesse anche ben governato in molti settori, in modo nettamente migliore del governo rivale precedente, il popolo non potrebbe esprimere il proprio dissenso riguardo la politica scolastica senza danneggiare altri settori della comunità.
I cittadini dunque non sono in grado di intervenire per ottenere un miglioramento delle scuole, ma per quanto riguarda le università le cose vanno anche peggio. Le università infatti godono di maggiore autonomia rispetto alle scuole statali, ne segue che in molti casi esse non devono rendere conto né allo Stato, né al cittadino, il quale allora risulta completamente escluso anche da un punto di vista formale. Le università risultano alla fine gestite dai cosiddetti baroni, professori inamovibili che devono rendere conto del loro comportamento solo alle lobby politiche o economiche che hanno appoggiato la loro nomina.
I professori universitari vengono nominati titolari della cattedra dopo moltissimi anni, durante i quali sono tenuti in condizioni di semischiavitù, sottopagati ed al servizio degli anziani, poiché da questi dipenderà la loro ammissione nell’eletta schiera dei professori titolari, solo chi dimostra fedeltà al sistema può sperare di fare carriera; per ottenere la cattedra infatti è necessario sostenere degli esami tenuti ovviamente dai professori più anziani. Non si deve dimenticare inoltre l’influenza occulta della politica sui finanziamenti per l’università con i quali i partiti ufficiosamente condizionano tutta la vita dell’accademia comprese le carriere dei professori.
Il risultato è un mondo universitario governato da una casta di tipo nobiliare ( i baroni appunto) tutta concentrata sul mantenimento del suo potere; in un simile contesto si può ben immaginare quanto possano essere invise ed avversate le innovazioni di qualunque tipo e le nuove idee in generale. Con il passare del tempo le università rischiano dunque di trasformarsi da centro di produzione della cultura e dell’innovazione ad istituzioni simbolo dell’arretratezza e della chiusura mentale, oltre che della prepotenza, visto l’atteggiamento tenuto da alcuni professori nei confronti degli studenti e dei propri assistenti, i quali non hanno difese legali adeguate contro le loro angherie.
Una situazione assai simile la troviamo nei giornali, i quali per sopravvivere dipendono oggi dai finanziamenti statali e di conseguenza risultano asserviti ai politici più disonesti e corrotti, i quali controllano così sia la cultura che l’informazione. Per quanto riguarda la televisione di Stato la situazione è scontata, per quelle private invece le lobby partitiche possono influire su di esse in almeno due modi: influendo sulle licenze per occupare i canali (che sono in numero limitato) oppure favorendo l’acquisto o la maggioranza azionaria delle aziende televisive ad imprenditori amici e fidati.
Pertanto possiamo dire che il controllo del cittadino sulla gestione della cultura e dell’informazione è nullo, mentre quello dei politici con pochi scrupoli è quasi assoluto.

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3 Commenti per “5.b.7 – Chi gestisce oggi la cultura e l’informazione?”

  1. Petronilla la Sottile ha detto:

    Un’analisi spietata quanto purtroppo realistica 🙁

  2. Lucrezia dal Drago Alato ha detto:

    Condivido che un popolo che scende in piazza è la prova provata che non esiste democrazia quando invece i media fanno passare il messaggio opposto: popolo che può protestare = assenza di dittatura (in cui ogni dissenso è proibito), tante manifestazioni di protesta = grande democrazia, ma ragioniamo un attimo, a cosa serve la libertà di protestare se nessuno (o quasi) ti ascolta? E che democrazia è se per perorare la propria causa c’è bisogno di protestare?

    • Morias Enkomion ha detto:

      E’ proprio vero! Anche la Repubblica, alla fine, e’ il giornale della Sinistra, riceve finanziamenti pubblici, strombazza le grandi manifestazioni… L’unica manifestazione seria sarebbe una marcia su Roma in compagnia dell’Esercito. Ma ahime’ le forze armate servono i padroni, non lo Stato. Anzi, servono le multinazionali: ecco perche’ la nostra presenza in Iraq… che squallore.

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