5.c.26 – Quanto costa la struttura democratica?

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19 Novembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

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Quanto costa la struttura democratica?

Quando la struttura democratica risulterà applicabile, essa non avrà prezzo; qualunque costo si dovesse sostenere per realizzarla sarebbe ben speso; rappresenterebbe infatti un ottimo investimento, produttivo degli enormi ritorni che solo una vera democrazia può dare. Tuttavia possiamo anche fare due conti: il nostro Paese campione, per un Parlamento composto da 952 membri, nel 2007 ha sostenuto i seguenti costi per spese correnti (valori espressi in Euro):

SPESA

 

IMPORTO IN EURO

 

 

COMPENSI AI PARLAMENTARI

             245.963.000,00

EROGAZIONI AGLI EX PARLAMENTARI

             209.950.000,00

PERSONALE DIPENDENTE

             482.510.000,00

EROGAZIONI AGLI EX DIPENDENTI

             167.505.000,00

ONERI PREVIDENZIALI

               22.785.711,00

LOCAZIONE IMMOBILI

               44.215.000,00

MANUTENZIONE ORDINARIA

               18.999.000,00

SERVIZI DI PULIZIA

               12.305.000,00

UTENZE ACQUA, LUCE, GAS

                 4.620.000,00

UTENZE TELEFONICHE

                 3.080.000,00

SPESE POSTALI

                 1.000.000,00

MATERIALI DI CONSUMO

                 8.967.500,00

STAMPA ATTI PARLAMENTARI

                 8.870.000,00

ALTRE SPESE DI STAMPA

                 1.453.000,00

SPESE DI TRASPORTO

               20.296.000,00

 

SERVIZI PERSONALE NON DIPENDENTE

               44.772.000,00

AGGIORNAMENTI PROFESSIONALI

                 1.780.000,00

STUDI E RICERCHE

                 3.071.000,00

ALTRI STUDI

                   600.000,00

ASSICURAZIONI

                 6.114.000,00

INFORMAZIONE ESTERNA

               15.068.000,00

SERVIZI INFORMATICI

                 8.224.000,00

RISTORAZIONE

                 2.779.000,00

BENI, SERVIZI E SPESE DIVERSE

               60.095.000,00

CONSULENZE

                   100.000,00

CONTRIBUTI AI GRUPPI PARLAMENTARI

               73.730.000,00

CONTRIBUTI AD ORGANISMI INTERNAZIONALI

                   510.000,00

BORSE DI STUDIO

                   255.000,00

CONTRIBUTI VARI

                 2.696.000,00

SPESE VERIFICA RISULTATI ELETTORALI

                 1.060.000,00

COMMISSIONE DI INCHIESTA CRIMINALITA’

                   300.000,00

COMMISSIONE DI INCHIESTA RIFIUTI

                     75.000,00

COMMISSIONE DI INCHIESTA SANITA’

                     40.000,00

ALTRE COMMISSIONI DI INCHIESTA

                 1.200.000,00

COMMISSIONI, GIUNTE E COMITATI

                 2.670.000,00

COMMISSIONI BICAMERALI

                   745.000,00

VIGILANZA SERVIZI RADIOTELEVISIVI

                   285.000,00

PROCEDIMENTI D’ACCUSA

                       5.000,00

ATTIVITA’ INTERNAZIONALI

                 4.283.000,00

SPESE PER IL CERIMONIALE

                 4.400.000,00

TRANSAZIONI

                   900.000,00

SICUREZZA SUI LUOGHI DI LAVORO

                   920.000,00

IMPOSTE E TASSE

               60.385.000,00

RESTITUZIONE DI SOMME

                     80.000,00

SPESE IMPREVISTE

               19.964.289,00

SPESE IN CONTO CAPITALE

               48.955.000,00

 

 

TOTALE

1.618.580.500,00           

 

Dai bilanci del Parlamento in oggetto risultano anche delle spese in conto capitale (cioè delle spese che non esauriscono la loro utilità nell’anno in cui sono state sostenute, come per esempio gli impianti elettrici, i mobili, ecc.). Per l’anno 2007 tali spese ammontano ad Euro 48.955.000,00, ma secondo corretti principi contabili, proprio perché riferite a beni ad utilità pluriennale, esse dovrebbero essere imputate solo in parte; per esempio, se si stima che le attrezzature potranno essere utilizzate per cinque anni, la spesa corrispondente deve essere imputata per il 20% in ogni anno. Come mai questa fondamentale tecnica contabile, definita ammortamento, non viene applicata nel bilancio del Parlamento? Perché per qualche sconosciuta legge fisica, quelli che normalmente sono beni durevoli, dentro il Parlamento si usurano oltre misura e non durano a lungo, tanto è vero che ogni anno si spende una somma simile a quella dell’anno precedente. Le suddette spese allora, ancorché denominate “in conto capitale”, devono di fatto essere considerate delle spese correnti.
Anche senza voler economizzare sulle suddette spese (ma su 1.290.000,00 euro per il vestiario di servizio di un solo anno forse si potrebbe fare qualcosa), bisogna ricordare che nel nostro modello concentrico i Legislatori sono molti di meno degli attuali 952 parlamentari e quindi, rapportando il suddetto totale ai 40 membri del Centro Legislativo Interno, si ottiene un risparmio di Euro 1.550.572.915,00. Se a questa somma aggiungiamo quella di Euro 200.819.044,00, che è stata destinata ai partiti politici a titolo di rimborso per spese elettorali, otteniamo un risparmio complessivo pari ad Euro 1.751.391.960,00.
Impiegando tale somma per dare una retribuzione ai rappresentanti degli anelli istituzionali, si potrebbe ottenere la seguente ripartizione:

Livello

 Numero

 Compenso mensile

 Compensi annuali

 

persone

 pro capite

 per anello

Squadre del quinto anello

(4 membri)

         112.208

                 850,00

  1.144.521.600,00


Squadre del sesto anello

(6 membri)

          16.830

               2.000,00

     403.920.000,00


Squadre del settimo anello

(10 membri)

            2.800

               5.000,00

     168.000.000,00

Legislatori esterni

               280

             10.000,00

       33.600.000,00

 

 

 

 

TOTALE SPESA ANNUA

 

 

  1.750.041.600,00

Si tratta solo di un esercizio contabile, tuttavia esso dimostra che senza aggiungere un euro a quanto già si spende correntemente, la struttura democratica sarebbe finanziariamente sostenibile.
Bisogna infine notare come in una struttura democratica non bisogna più pagare delle imposte, ma delle quote associative; la differenza non è solo lessicale, ma anche sostanziale: le imposte (non è un caso che si chiamino così) sono tributi ingiunti dall’alto ai sudditi, le quote associative sono invece contribuzioni condivise fra pari per il sostenimento delle spese di comune interesse. Non avrà più importanza l’entità della contribuzione, ma la soddisfazione conseguente all’erogazione dei servizi pubblici; nel privato, tutti noi abbiamo sostenuto una spesa sopra la media per un dato bene (un paio di scarpe, un telefonino, un’automobile) in quanto fortemente desiderato e poi, con compiacimento, abbiamo esclamato: sono proprio soldi spesi bene! Con la struttura democratica può realizzarsi lo stesso fenomeno, perché siamo ancora una volta noi a decidere quanto spendere e in che cosa.

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6 Commenti per “5.c.26 – Quanto costa la struttura democratica?”

  1. Gerulfo delle Milizie ha detto:

    Da Thomas More a Tommaso Campanella, dall’isola di Utopia alla città del sole, molti pensatori nella storia hanno idealizzato un mondo perfetto, ma… nessuno mai si era cimentato a calcolarne il costo!!

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    • Carlotta da Camerino ha detto:

      Oggi è stata consegnata alla storia una nuova corrente di pensiero: gli utopisti ragionieri! 😀

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  2. Gismondo il Malagrotta ha detto:

    La fattibilità economica è una componente fondamentale di qualsiasi progetto serio. Capire che si possono sostituire 952 parlamentari inutili con 130.000 veri rappresentanti a parità di spesa, dà la misura della voragine di sprechi che caratterizza l’attuale sistema e conferisce maggiore credibilità a questa innovativa struttura democratica che si presenta come profondamente diversa da qualsiasi modello sinora sperimentato e quindi difficile da assorbire.

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  3. Leonardo il Grosso ha detto:

    Temo di aver capito qual è il “paese campione” …

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  4. Morias Enkomion ha detto:

    Tutto giusto fino al sistema delle quote associative. Siamo costretti a pagare le scarpe, se le vogliamo. Ma al di la’ dei termini, senza imposizione non tutti pagherebbero. Forse sarebbe opportuno che spiegaste meglio come dovrebbe funzionare la nuova tassazione. Io eliminerei tutte le imposte sul reddito per lasciare solo quelle sui consumi, da pagare in proporzione al reddito. Perche’ chi ha una retribuzione da lavoro dipendente da 1000 euro mensile con famiglia deve pagare la stessa aliquota IVA di uno sceicco saudita che viene a fare shopping in Italia? Senza aggiungere che lo sceicco saudita non paga l’IVA in Italia. Cosi’ pagherebbe solo chi consuma molto e soprattutto inutilmente. Perche’ bisognerebbe avere aliquote IVA diverse a seconda che si tratti di beni di prima necessita’ o voluttuari o di lusso. Per esempio IVA 0% su pane a pasta per chi guadagna meno di una certa soglia, massima del 50% per i paperoni. IVA su beni di lusso minima del 50% per chiunque acquista nel territorio italiano. Un petroliere non si crea problemi se paga una Ferrari 500mila o un milione di euro.

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    • Guglielmo l'Eclettico ha detto:

      Quota associativa non significa quota volontaria, ma in una struttura democratica la quota dovuta verrebbe stabilita secondo le vere esigenze comuni e soprattutto spesa sotto un diretto controllo. I sistemi tributari attuali, non essendo espressione di stati democratici, non sono equi e, come molte altre applicazioni radicate e reiterate nei secoli, ricalcano modelli ormai obsoleti. Premesso dunque che la fiscalità è un sottoproblema rispetto ai problemi radice e che estirpati questi ci si dovrà preoccupare di trovare un sistema di prelievo equo, continuo, veloce, trasparente, economico e infallibile, ancora una volta abbiamo concepito qualcosa di assolutamente fuori schema rispetto ai modelli fin qui applicati, ma sarà oggetto di una trattazione apposita, probabilmente in un nuovo blook.

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